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Sono un ufficiale di stato civile! martedì 15 maggio 2012

Se è un’amica a celebrare il tuo matrimonio. È un’esperienza bellissima e consigliabile: quando è possibile, perché non ovunque è possibile e ovviamente il matrimonio non deve essere in chiesa. Io ho celebrato pochi giorni fa il matrimonio della mia amica e collega nella sala Rossa del Campidoglio, ed è stato molto emozionante, almeno per me e Carmen. Ho ricevuto la delega del sindaco Gianni Alemanno, ho indossato la fascia tricolore perché per un giorno sono stata «ufficiale di stato civile», e la bella sera di un sabato della fine di febbraio ho celebrato le nozze. La formula e gli articoli del codice da leggere agli sposi mi sono stati dati dal cerimoniale (in questo caso, poiché lo sposo è straniero c’è stata anche una traduttrice in inglese), ma poi mi sono dovuta preparare un discorsetto. È stato facile: a «rimorchiare» letteralmente lo sposo – si chiama Sadi - in un negozio di tappeti di Istanbul sono stata io (forse anche per questo ho avuto l’onore di celebrare il matrimonio) quindi oltre a qualche ricordo ho letto la bellissima poesia del Profeta (ovvero Kahlil Gibran ) sul matrimonio che termina: «…E state insieme ma non troppo vicini: poiché le colonne del tempio sono distanziate, e la quercia e il cipresso non crescono l’uno all’ombra dell’altro».
La cerimonia ha avuto un’atmosfera più affettuosa e familiare che se fosse stato qualche sconosciuto a celebrare: se vi è possibile, ve lo consiglio.
 

Avete mai celebrato un matrimonio? Vi piacerebbe? Preferireste un amico o un perfetto sconosciuto? Se siete l'amico travestito da ufficiale di stato civile vi sentite poi responsabili del matrimonio che avete celebrato?  
 

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Lilli Garrone

     
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Flessibilità e mobilità, fuori e dentro di noi martedì 8 maggio 2012

Vorrei iniziare porgendo le mie scuse a Lina, a tutti i lettori, ai collaboratori e la redazione di Tranquilla per il mio lungo silenzio; vicissitudini personali mi hanno portato ad un periodo di lungo silenzio e ritiro allontanandomi anche dal web.
Desidererei introdurre un argomento che in questi ultimi tempi di crisi è balzato alla ribalta: leggendo il titolo potrà sembrare un argomento di economia, società o di politica; in realtà stiamo parlando di salute fisica e, più che mai in questi momenti di crisi, salute mentale; mi spiegherò meglio...
...Ho sempre parlato nelle lezioni precedenti di interpretare il corpo come l'acqua (rif. lez.4) e il movimento come infinite discipline da praticare (rif. lez.8). Abbiamo anche parlato dei riflessi mentali acquisendo questa particolare attitudine: abituare corpo e mente a nuove situazioni di cambiamento oggi è una questione vitale, oserei dire di sopravvivenza. E’ sotto l’occhio di tutti vedere oggi quanto la realtà, l’economia, i quadri sociali cambiano velocemente: a un ritmo impressionante e inimmaginabile solo 10 anni fa. Appunto, se non si è pronti a cambiare stato, direzione, le proprie condizioni e il proprio essere, si è destinati al fallimento certo; se non si interpretano i cambiamenti come delle opportunità e non dei fallimenti, la salute mentale e fisica verranno sempre meno. “Forse” tra le righe e linee guida dettate dal nostro presidente del consiglio ci sono questi concetti; appunto “Flessibilità e mobilità”.
Bene: posso dirvi che dopo 25 anni di esperienza in campo di benessere, salute, sport e movimento, il principio fulcro della salute fisica e mentale si può riassumere in due termini: “flessibilità e mobilità”. CHE STRANA COINCIDENZA.
Ancora una volta, regole che vigono nel macrocosmo (questa volta socio-politiche) vigono anche all’interno di noi stessi, nel nostro corpo e… nella nostra mente. Tutto in natura è in continuo movimento, cambiamento e adattamento. Nulla si crea, tutto si trasforma….e “flessibilità e mobilità” rimangono l’unico antidoto fuori… e dentro.
 

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Gabriele Corradi

     
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Primo Maggio? Ma dov'è il lavoro? martedì 1 maggio 2012

Il Primo Maggio tutti i giovani dovrebbero stare a lavoro. Neanche uno a casa o in piazza. Tutti a lavoro. Se uno è disoccupato o precario tutto l’anno perché deve festeggiare ciò che non ha? Perché deve partecipare ad una festa a cui nessuno, durante l’anno, gli dà motivo di credere? Il Primo Maggio è sempre più la festa dei garantiti, dunque una festa del privilegio. Il privilegio del lavoro. Non del lavoro sicuro, non del lavoro fisso, ma di quello pagato. Retribuito. Moneta contante in cambio di braccia o idee. Prendete qualunque giovane sotto i 35 anni (escluso il Trota) e vi dirà: braccia e idee le metto in moto tutto il giorno, ma la moneta contante non si vede, o si vede male. Protestare o lamentarsi non serve. Meglio lavorare il Primo Maggio con quel che si trova. In faccia a questa festa, che ha molte glorie nel passato e nessuna nel presente. Una festa del privilegio. Una festa da abolire. Non si festeggia ciò che non si ha. O ciò che rende tristi.

 

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Luca Nannipieri

     
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Il perdono martedì 24 aprile 2012

La Costituzione ha letteralmente rovesciato il modello di organizzazione dello stare insieme fino ad allora seguito: si è passati dalla società fondata sulla discriminazione (di genere, di censo, di etnia, di religione), alla società fondata sulle opportunità pari, a loro volta conseguenza del riconoscimento della pari dignità di tutte le persone. Dalla società della sopraffazione alla società dell’equa distribuzione delle possibilità e dei carichi. L’adozione del nuovo modello (e il pensiero che le sta dietro) pone un interrogativo forte sulle conseguenze della trasgressione: la pena è compatibile con il riconoscimento della dignità? E inoltre, è coerente con la Costituzione la retribuzione della soferenza con la sofferenza? Il che ancora vuol dire: si può arrivare al bene infliggendo il male? Non è, invece, che per giungere al bene occorra usare il bene? La disponibilità al perdono, nel senso laico della riaccettazione di chi si è allontanato trasgredendo (e cioè facendo male), non è funzionale al nuovo modello sociale?
Tutto ciò senza considerare quanto il carcere sia fallimentare come strumento per garantire la sicurezza dei cittadini (la recidiva di chi vi esce è oltre il 68%), quanto costi alla collettività (quasi tre miliardi di euro all’anno), quanto lontano sia da una prospettiva di riparazione della vittima.

 

Il perdono responsabile è l'ultimo libro di Gherardo Colombo (Ponte alle Grazie) che ci spiega perché dobbiamo perdonare. 

 

Oltre il perdono serissimo, esistono i piccoli perdoni della vita. Perdonate un tradimento amoroso? Amicale? Filiale? Affettivo? Professionale? O pensate che possa essere stato un errore e cercate di chiarire? Volete una società che perdona o una società che punisce? 
 

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Gherardo Colombo

     
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Lo spirito del design si aggira per Milano martedì 17 aprile 2012

Dal 17 al 22 aprile scatta la Settimana del Design di Milano: eventi, percorsi, vernici e installazioni invadono gran parte della città e vagando per le vie milanesi si respira un'aria insolitamente internazionale. Studenti, architetti, rappresentanti, compratori e curiosi da tutto il mondo si sparpagliano per le zone calde di Milano. L’effetto è davvero coinvolgente ma, come architetto un po’ atipico, vivo in modo dicotomico questa effervescenza. Da un lato il tourbillon di eventi, mostre e inaugurazioni animano in modo positivo la vita milanese. Dall’altro l’eccesso maniacale di promozione, presenzialismo e partecipazione rende confuso il godimento di questa settimana. Ci fregiamo del titolo di “Capitale del design” ma i locali, i bar, gli alberghi, i negozi, sono spesso molto meno interessanti e nuovi che in altre città del mondo. E’ come se il contenitore di tanto design fosse un po’ obsoleto. Insomma, anche se la settimana mi sembra comunque una bella cosa, è un filo rovinata dall’ansia di presenzialismo che sembra obbligare tutti gli addetti del settore a correre come dei matti da un party all’altro, camminando per ore perché i taxi sono introvabili, bevendo un cattivo spumante e ingurgitando una tartina fredda senza in realtà riuscire a vedere nulla di quanto esposto ma comunque felici di farsi vedere, forti del poter dire “ c’ero anch’ io”. Eppure, il vero spirito del Design, quello che spinge a disegnare e progettare un oggetto bello, utile e durevole nel tempo lascia troppo spazio all’effimero, all’estetica improvvisata e peritura, con il contrappasso pesantissimo e spesso impossibile di richiedere ai designer di creare ogni anno qualche cosa di nuovo per soddisfare un mercato imperante troppo veloce che caratterizza ormai tutti gli ambiti della nostra esistenza. Comunque sia … ci vediamo in giro per Milano!

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Andrea Crosta di Moncalvo

     
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Viva il condizionale! mercoledì 4 aprile 2012

Fateci caso. L'importante non è quello che si dice, ma come. Un sorriso, un aggettivo gentile possono rendervi gradevoli. Ma se sbagliate un modo verbale, quel sorriso può diventare quello di una iena ridens. Qualche esempio: fai, rifai, cambiati, correggi, pagami, guida, dammi. E' sicuramente così. Non sarebbe meglio: mi faresti questo?, rifaresti questo appunto?, ti cambieresti, per favore? Mi ridaresti quando puoi ciò che mi devi?, mi passeresti a prendere?, mi daresti quella pila di giornali? Secondo te, non potrebbe essere così? Viva il condizionale! Può cambiarvi la vita, sicuramente un incontro. Anche virtuale. Non c'è niente di peggio, infatti, che leggere una mail scritta in tono tranchant, senza l'aggiunta di un sorriso che la ammorbidisca. Il modo di esprimersi è importante quasi quanto il tono della voce. Che da solo descrive una persona. Attenti a quel suono, e a ciò che esprime. Soprattutto di questi tempi difficili, nei quali molte volte non avete notizie esaltanti da dare. Non è per piacere che mi faresti un prestito? Ma una frase del genere, speriamo di non doverla dire mai, in nessun modo.

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Lina Sotis

     
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Mamma, com'è difficile! martedì 3 aprile 2012

Ho avuto i figli molto presto, il grande a 18 anni, la piccola a 23. Quando mi hanno messo fra le braccia il grande, l'ho guardato stupefatta (ricordo ancora come se fosse oggi la sorpresa di trovarmi fra le mani quella cosa). L'ho fatto io? Ecco la prima domanda, apparentemente poco materna ma condivisa da molte mamme. Non ho mai avuto una mamma, e non pensavo che essere madre fosse un problema. Pensavo fosse una cosa assolutamente naturale. In fondo pensavo che i figli fossero dei carciofi: che crescessero da soli, com'ero cresciuta io. Mi accorsi molto presto che la prima a impedire ai miei figli di crescere come carciofi ero io. Li volevo educati, li volevo obbedienti, li volevo, li volevo, li volevo... soprattutto volevo che fossero miei. Adesso sono molto grandi: bellissimi, sicuramente buoni con la mamma. Adesso che ho letto il libro di Lella Ravasi L'amore è un'ombra. Perché tutte le mamme possono essere terribili (Mondadori)  capisco che sono veramente buoni con me. Perché paradossalmente, in quelle storie terribili di tragedie e infanticidi, ho scoperto che pur non avendo mai dato uno schiaffo anche il mio amore ha un lato in ombra. Il libro di Lella vale per tutte le madri, perché tutte noi abbiamo delle ombre che oscurano il nostro amore. Ombre che risalgono alla nostra infanzia, alle nostre insicurezze, alle nostre esperienze. Bisognerebbe studiare da mamme. Sicuramente, chi ha avuto una brava madre sarà meglio di chi ha avuto una mamma terribile, o quasi. Ma chissà la verità dove si nasconde. Perché è nel materno che si nasconde qualcosa di totalizzante e iperprotettivo, che qualche volta fa solo del male ai nostri figli.

Che madri siete? Narcise? Martiri? Indifferenti? Soffocanti? Accusatorie? Totalizzanti? Leggete L'amore è un'ombra.    

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Lina Sotis

     
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